Montevergini Capitolo XXXII La Pantera, Fermo o sparo

corteoprimoanno38

Avevamo politicamente blindato il Montevergini grazie all’incontro avvenuto tra il movimento universitario ed Orlando, ma la polizia aveva tentato una nuova irruzione al centro sociale con scale medioevali fortunatamente non così lunghe da permettergli di arrivare ai balconi del primo piano le cui imposte erano comunque sempre tenute chiuse. Un gruppo di giovani punk-rockers inoltre ci aveva contattato per fare un concerto, così ci trovammo al Montevergini nel primo pomeriggio con tutti i compagni e le compagne per deciderci sul da farsi. La decisione che prendemmo, fortemente sostenuta da me, era una follia estemporanea, basata esclusivamente sull’accumulo di adrenalina che incorporavamo quotidianamente militando dentro il movimento studentesco. Ci eravamo accorti, già da tempo, che in via Montevergini, andando in direzione di via Celso, c’era un enorme palazzone abbandonato. Era stata la residenza del Duca della Verdura per poi essere ristrutturata e trasformata in un’improbabile “casa del giovane”, una sorte di comunità per tossici che non aveva mai funzionato, ma la cui realizzazione aveva sicuramente fruttato qualche miliardo di vecchie lire ad un prete corrotto della zona. Lo spazio era bellissimo e con facilità poteva essere reso funzionante, così su due piedi decidemmo di andarlo ad occupare e di fare lì il concerto dei giovani punk metafisici. Chiedemmo a due giovani del gruppo musicale di andare a fare i pali in via Celso ed informarci se passava qualche volante, mentre la crew militante del Montevergini, armata di piedi di porco e strumenti vari studiava come entrare nel palazzo del Duca della Verdura. Dopo alcuni tentativi infruttuosi di sfondare il portone, si optò per una penetrazione dall’alto ed il nostro uomo scimmia Emanuele, sostenuto dal basso arrivò fino al primo piano per forzare una finestra. In quel momento i nostri pali occasionali in via Celso, avendo visto una volante della polizia, invece di avvisarci con discrezione si diedero alla fuga correndo nella nostra direzione ed tirandosi dietro gli sbirri. Scapparono tutti, io aspettavo che Emanuele scendesse, la volante si avvicinava, io gridavo a Emanuele di scendere, lui optò per un salto da cinque metri e cominciò a correre, io correvo dietro di lui, la volante mi tagliò la strada, scivolai e mi volò di mano un piede di porco che finì contro la macchina della polizia. Decisi di correre verso via Celso, sentivo che uno sbirro mi inseguiva, ma correvo abbastanza velocemente. Arrivato in via Celso girai a sinistra, contavo di dileguarmi tra i vicoli che conoscevo a memoria, lì sentii il primo “fermo o sparo”, ma decisi di fregarmene ero meno di venti metri dal vicolo, il secondo “fermo o sparo” arrivò subito dopo così decisi di fermarmi. Il poliziotto che mi si scagliò addosso era esagitato, avevo la sua pistola puntata sulla testa, mentre mi perquisiva, io ero assolutamente calmo e gli dicevo che non ero armato, non avevo droga, non avevo rubato nulla e che ero uno studente universitario, in sostanza cercavo di tranquillizzarlo. Mi caricarono su una volante e mi portarono al commissariato di via Collegio del Giusino. In commissariato mi resi conto che insieme a me avevano fermato due ragazzini con lo skate e che se i giovani punk che volevano suonare al Montevergini erano metafisici, questi due compagni di cattura erano ben oltre la metafisica. Così al commissario napoletano che doveva interrogarci, dissi subito che ero responsabile di tutto e che i due ragazzi fermati con me non c’entravano nulla con quello che era successo. Dichiarai di essere un occupante del Montevergini e che, siccome la polizia aveva tentato di sgomberarci, avendo visto la volante stavo andando di corsa a chiudere il portone del centro sociale. Questo commissario napoletano era simpatico come solo i napoletani sanno essere, mi chiese perché non mi ero fermato quando mi era stato intimato la prima volta, io risposi che non avevo sentito nulla, provocando grandi risate. Comunque la situazione si stava alleggerendo, poi entrò in commissariato Pippo, il compagno medico anarcostalinista del Montevergini, dichiarando che la stazione di polizia era circondata e che chiedeva il mio immediato rilascio. Finì a tarallucci e vino, il commissario ci rilasciò e noi tornammo alle facoltà occupate, il gruppo dei punk metafisici non lo vedemmo più, dopo quella esperienza probabilmente cominciarono a suonare nella parrocchia del loro quartiere.

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