Montevergini Capitolo XXXII La Pantera, Fermo o sparo

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Avevamo politicamente blindato il Montevergini grazie all’incontro avvenuto tra il movimento universitario ed Orlando, ma la polizia aveva tentato una nuova irruzione al centro sociale con scale medioevali fortunatamente non così lunghe da permettergli di arrivare ai balconi del primo piano le cui imposte erano comunque sempre tenute chiuse. Un gruppo di giovani punk-rockers inoltre ci aveva contattato per fare un concerto, così ci trovammo al Montevergini nel primo pomeriggio con tutti i compagni e le compagne per deciderci sul da farsi. La decisione che prendemmo, fortemente sostenuta da me, era una follia estemporanea, basata esclusivamente sull’accumulo di adrenalina che incorporavamo quotidianamente militando dentro il movimento studentesco. Ci eravamo accorti, già da tempo, che in via Montevergini, andando in direzione di via Celso, c’era un enorme palazzone abbandonato. Era stata la residenza del Duca della Verdura per poi essere ristrutturata e trasformata in un’improbabile “casa del giovane”, una sorte di comunità per tossici che non aveva mai funzionato, ma la cui realizzazione aveva sicuramente fruttato qualche miliardo di vecchie lire ad un prete corrotto della zona. Lo spazio era bellissimo e con facilità poteva essere reso funzionante, così su due piedi decidemmo di andarlo ad occupare e di fare lì il concerto dei giovani punk metafisici. Chiedemmo a due giovani del gruppo musicale di andare a fare i pali in via Celso ed informarci se passava qualche volante, mentre la crew militante del Montevergini, armata di piedi di porco e strumenti vari studiava come entrare nel palazzo del Duca della Verdura. Dopo alcuni tentativi infruttuosi di sfondare il portone, si optò per una penetrazione dall’alto ed il nostro uomo scimmia Emanuele, sostenuto dal basso arrivò fino al primo piano per forzare una finestra. In quel momento i nostri pali occasionali in via Celso, avendo visto una volante della polizia, invece di avvisarci con discrezione si diedero alla fuga correndo nella nostra direzione ed tirandosi dietro gli sbirri. Scapparono tutti, io aspettavo che Emanuele scendesse, la volante si avvicinava, io gridavo a Emanuele di scendere, lui optò per un salto da cinque metri e cominciò a correre, io correvo dietro di lui, la volante mi tagliò la strada, scivolai e mi volò di mano un piede di porco che finì contro la macchina della polizia. Decisi di correre verso via Celso, sentivo che uno sbirro mi inseguiva, ma correvo abbastanza velocemente. Arrivato in via Celso girai a sinistra, contavo di dileguarmi tra i vicoli che conoscevo a memoria, lì sentii il primo “fermo o sparo”, ma decisi di fregarmene ero meno di venti metri dal vicolo, il secondo “fermo o sparo” arrivò subito dopo così decisi di fermarmi. Il poliziotto che mi si scagliò addosso era esagitato, avevo la sua pistola puntata sulla testa, mentre mi perquisiva, io ero assolutamente calmo e gli dicevo che non ero armato, non avevo droga, non avevo rubato nulla e che ero uno studente universitario, in sostanza cercavo di tranquillizzarlo. Mi caricarono su una volante e mi portarono al commissariato di via Collegio del Giusino. In commissariato mi resi conto che insieme a me avevano fermato due ragazzini con lo skate e che se i giovani punk che volevano suonare al Montevergini erano metafisici, questi due compagni di cattura erano ben oltre la metafisica. Così al commissario napoletano che doveva interrogarci, dissi subito che ero responsabile di tutto e che i due ragazzi fermati con me non c’entravano nulla con quello che era successo. Dichiarai di essere un occupante del Montevergini e che, siccome la polizia aveva tentato di sgomberarci, avendo visto la volante stavo andando di corsa a chiudere il portone del centro sociale. Questo commissario napoletano era simpatico come solo i napoletani sanno essere, mi chiese perché non mi ero fermato quando mi era stato intimato la prima volta, io risposi che non avevo sentito nulla, provocando grandi risate. Comunque la situazione si stava alleggerendo, poi entrò in commissariato Pippo, il compagno medico anarcostalinista del Montevergini, dichiarando che la stazione di polizia era circondata e che chiedeva il mio immediato rilascio. Finì a tarallucci e vino, il commissario ci rilasciò e noi tornammo alle facoltà occupate, il gruppo dei punk metafisici non lo vedemmo più, dopo quella esperienza probabilmente cominciarono a suonare nella parrocchia del loro quartiere.

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Montevergini Capitolo XXXI, La Pantera E il Montevergini si appravanò

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Il Montevergini a gennaio ebbe un fugace risveglio, organizzammo il concerto dei Pinna o della Lega e nel nostro caso dei Pinna all’arrabbiata, insomma il concerto dei compagni di Lugo che avevano raggiunto Palermo in solidarietà con l’occupazione dell’università. Fu un bel concerto, realizzato dentro un Montevergini che a causa del freddo e del totale abbandono in cui versava restituiva un’atmosfera triste e misera, ma avevamo rimesso un piede al centro sociale nonostante gli impegni pressanti che riguardavano il movimento universitario. In quei giorni in cui ci eravamo sbattuti per rimettere in sesto il centro sociale, mi ero reso conto che ormai il Montevergini, data l’assenza dei soggetti politicizzati che lo avevano occupato, sembrava più un condominio allo sbando, abitato dai personaggi più improbabili che l’immaginazione potesse suggerire. C’erano Giovanni il napoletano chitarrista e paracreativo con una storia tutta sua che non ci raccontò mai, Giovanni il madonnaro un anziano disegnatore di madonne spinto al Montevergini dal caso e dal vento di tramontana, Mario il fratello di Italia che viveva al Montevergini la sua affrancazione dal controllo familiare, ma su tutti primeggiava il Pravana. Roberto, poi ribattezzato Pravana in seguito ad un viaggio in India al seguito di Osho, ci era stato consegnato dai compagni 77 del quartiere perché necessitava di un alloggio. Il Pravana era stato un uomo bellissimo ed ancora, nonostante la devastazione alcolica, rimanevano le vestigia della sua bellezza nella sua persona, ma soprattutto Pravana era un personaggio, capace di reinventarsi come pseudo santone per la sua corte di seguaci che provvedevano a rifornirlo di cibo, vestiti e soprattutto di vino rosso ed hashish. Così una sorta di nuova religione sottoproletaria aveva preso piede al Montevergini mentre il mahatma Pravana, a cui occasionalmente si offrivano giovani adepte, aveva trasformato parte dei materiali del centro di documentazione, che avevamo collezionato con fatica, in strisce di carta appese al cesso, utili per pulirsi il culo. Addirittura nello slang del Montevergini era entrato un nuovo termine “appravanarsi” che era sinonimo di smarrimento, confusione, girare a vuoto. Se vedevamo un compagno che saltava le riunioni, si abborracciava od era fuso di canne, gli dicevamo che si stava appravanando. Eravamo all’apice del protagonismo politico dentro le Facoltà occupate ed in piena caduta libera al Montevergini. Più che un centro sociale sembravamo la nave dei folli in piena avaria ed in mare aperto, ma c’era una vitalità che le contraddizioni che si affastellavano in via Montevergini non riuscivano a spegnere. Avendo notato i brandelli della rivista “Rosso”, che l’autonomia milanese pubblicava alla fine degli anni settanta, fatta a strisce e appesa ad un chiodo dentro il bagno, avevo deciso di chiudere il Centro di documentazione con un lucchetto. Salvata la documentazione e ripulito alla meglio il Montevergini facemmo il concerto dei Pinna e poi tornammo alle facoltà occupate, chiedendoci se il nostro centro sociale sarebbe sopravvissuto alla nostra assenza. Fortuna volle che ai primi di gennaio, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, chiese un incontro agli occupanti delle Facoltà universitarie per un confronto politico ed eventuali suggerimenti per riallacciare il rapporto tra la città e la sua Università. Per la Facoltà di Lettere andammo io ed Italia, l’incontro si tenne in un’aula di Ingegneria dove erano presenti i rappresentanti di tutte le Facoltà occupate. Io chiesi la parola per primo, volevo introdurre una richiesta che speravo sarebbe stata ripresa anche da altri interventi, fidando nell’assoluto vuoto di idee dei miei colleghi occupanti sulle tematiche che riguardavano la città. Così, dopo aver richiesto un potenziamento dei servizi di trasporto pubblico ed un maggior controllo sugli affitti in nero, parlai dell’assenza di luoghi di aggregazione giovanile e poi raccontai l’esperienza del Montevergini. Tutti gli interventi che seguirono, nessuno escluso, chiesero al sindaco di valorizzare l’esperienza del Centro Sociale, per cui Orlando nel suo intervento conclusivo disse “mi pare di capire che questo centro sociale occupato di via Montevergini vi stia molto a cuore, essendo lo stabile di proprietà del Comune, faremo il possibile per garantire che possa svolgere le sue attività tranquillamente.” Avevamo blindato il Montevergini, adesso era al sicuro, nessuno lo avrebbe sgomberato.

Montevergini, Album fotografico il concerto dei Pinna 7 gennaio 1990

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Di questo concerto ho un’intera sessione fotografica realizzata da Helga Bonventre, la pubblico per intero, meglio di tante parole contribuisce a ricordare atmosfere, sfighe e fortune di quei tempi.

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Vi allego anche la locandina del concerto dei Pinna alla facoltà di Giurisprudenza il 31 dicembre del 1989
ed un saluto ai compagni di Lugo.

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Montevergini Capitolo XXX, La Pantera, Occupì occupà occupiamo la città

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Gli studenti, che dal resto d’ Italia avevano raggiunto le facoltà occupate di Palermo, passarono con noi a Lettere tutto il periodo delle festività natalizie respirando l’aria del nostro movimento con l’idea e l’intento di esportarlo nelle loro Facoltà a partire da gennaio. Ricordo Davide di Roma, una simpaticissima compagna genovese, Luca e Wilma di Padova, i compagni di Bologna, erano in totale una trentina, ma tutti erano sicuri che subito dopo le vacanze di natale anche i loro atenei sarebbero entrati in agitazione. Discutevamo molto con i compagni “stranieri” noi del Montevergini, la maggior parte di loro apparteneva ai collettivi universitari dell’Autonomia Operaia o all’area dei centri sociali, per cui trovammo al volo le affinità elettive necessarie per intavolare lunghe discussioni politiche. I romani, i più organizzati, esponenti dell’ala dura dell’Autonomia, cancellarono a Lettere di Palermo alcune scritte perché le ritenevano di matrice brigatista, ne ricordo ancora una “proletariato unito, proletariato armato colpire a fondo il cuore dello Stato” commentata da qualcuno con la scritta “lo Stato non ha cuore”, ci raccontarono la loro esperienza dentro l’università romana e ci comunicarono che il 15 gennaio avrebbero prima occupato Lettere e poi a cascata le altre Facoltà, furono assolutamente di parola. Tutti gli “stranieri” erano colpiti dalla vitalità, dalla preparazione e dal carattere di massa del movimento palermitano. Nell’arco di poco meno di un mese gli studenti universitari a Palermo erano passati dal totale disinteresse nei confronti della politica, al discutere del disegno di legge Ruberti con cognizione di causa, parlandone con disinvoltura come commentando una partita di calcio. Era dicembre faceva freddo, ma la sera nelle Facoltà occupate non mancavano mai birra e vino rosso. Ad Architettura c’erano addirittura dei bar con annesse performance musicali e trattoria italo-palestinese, a Lettere si rimediava sempre qualcosa da bere. La sera le Facoltà si riempivano di studenti, di giovani, di curiosi, si creavano dei capannelli dove si discuteva di politica, si socializzava, ed anche questa per Palermo era una novità, la città provava a scrollarsi di dosso la pesante cappa di piombo della paura e delle stragi di mafia, erano anni che non ricordava più il significato della parola “vita notturna”, fatte ben poche eccezioni. Nel pieno delle festività natalizie si decise di fare una serie di iniziative ludico politiche, una manifestazione in maschera per le vie del centro, un concerto nell’atrio di Giurisprudenza, più diversi cenoni all’interno delle Facoltà occupate. La manifestazione fu un successo, si chiamò “In-festa-azione” si svolse il 31 dicembre e ci parteciparono quasi un migliaio di studenti, eravamo quasi tutti truccati con il cerone, gli studenti di architettura sfilarono con un drago in polistirolo, mentre diversi musicisti suonavano lungo il corteo. Anche gli studenti “stranieri” parteciparono con un loro striscione e lo slogan più gettonato fu “la nostra è solo fantasia che cazzo ci sta a fare la polizia” cosa che provocò l’incazzatura di alcuni figicciotti e di qualche giovane demoproletario. Tornammo nelle facoltà occupate, a Lettere si fece un mega cenone in aula magna che si concluse con balli sui tavoli con relativi crolli, lanci di panettone e brindisi felici alla fine degli anni ottanta di merda. A Giurisprudenza dopo la mezzanotte suonarono i Pinna, un gruppo di simpaticissimi compagni di Lugo di Romagna che avrebbero poi suonato alcuni giorni dopo al Montevergini. Finivano gli anni ottanta, l’inizio del 1990 visto da Lettere occupata sembrava promettente, il Montevergini era vuoto, ma tutto era partito da lì.

Montevergini Capitolo XXIX La Pantera, Son finiti gli anni ottanta

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Ormai gli anni ottanta con il loro cupo carico di rampantismo sociale ed omologazione culturale erano agli sgoccioli, nelle Facoltà occupate a Palermo si respirava un’aria nuova, c’era un movimento di massa che discuteva e si confrontava sul presente e sul futuro, si discuteva di università, di come fosse e di come avremmo voluto trasformarla e si discuteva tanto anche di politica e di ideologia. C’erano in campo migliaia di energie nuove interessate al cambiamento. Fino a pochi mesi prima che esplodesse il Movimento la domanda di rito che, sin da quando mi ero iscritto all’Università nel pieno degli anni ottanta, mi sentivo rivolgere dai miei colleghi era quella legata al futuro personale e professionale, in sostanza cosa vuoi fare da grande. La risposta più figa che avevo elaborato era selezionatore del personale per una grande azienda, avevo letto che i laureati in filosofia erano risultati i migliori in questo campo, era l’attività più distante da me che potessi immaginare, ma risultava meno sfigata dell’insegnamento. Il successo economico e professionale era la stella polare di tutti i miei coetanei, finita la grande illusione della rivoluzione, era arrivata la piccola illusione della realizzazione individuale. Ben presto anche quest’ultima si sarebbe sfarinata di fronte alla realtà di una disoccupazione giovanile crescente e di una sempre maggiore difficoltà a trovare un lavoro stabile e non precario. Il mito reganiano, cucinato in Italia in salsa craxiana, dello yuppismo era finalmente tramontato, lasciando vuoto l’immaginario di una nuova generazione che doveva riscrivere e colorare i propri sogni. Iniziavano gli anni novanta con il crollo del comunismo e le grandi trasformazioni economiche che ne sarebbero conseguite, una su tutte la globalizzazione capitalista. Ma in quel dicembre del 1989, per noi si chiudeva un capitolo triste della nostra esistenza e se ne apriva uno nuovo pieno di speranze. Credevamo nella possibilità di cambiare tutto, di allargare le zone fuori dal controllo repressivo dello stato attraverso la pratica dell’occupazione degli spazi e dell’autogestione, pensavamo che la crisi dei partiti tradizionali avrebbe regalato energie all’antagonismo sociale. Ci sbagliavamo in buona parte, ma intanto alla Facoltà di Lettere a Palermo discutevamo con i compagni di Genova, di Roma, di Bologna e di Padova su come far attraversare lo stretto di Messina alla nostra protesta. C’era un fermento generale nelle scuole e nelle università italiana e in quei giorni da Palermo sentivamo concreta la possibilità che dopo le feste il movimento sarebbe diventato nazionale. A questo sviluppo nazionale del movimento era interessatissimo anche il preside della Facoltà di Lettere Nino Buttitta segretario regionale del PSI. Infatti Buttitta mi confidava di essere stato accusato da Ruberti, anche esso socialista, di essere l’ispiratore occulto del movimento universitario partito guarda caso a Palermo ed in particolare dalla sua Facoltà, al solo fine di fargli le scarpe ed essere nominato ministro al suo posto. Il preside Buttitta mi chiedeva spesso, con una certa apprensione, se questo movimento sarebbe veramente diventato nazionale perché in caso contrario lui avrebbe passato dei guai all’interno del suo partito. Io lo rassicuravo ed alla fine gli chiedevo un contributo al movimento che il generosissimo preside non mancava mai di donare. Capodanno si avvicinava e dalle Facoltà occupate nacque l’idea di fare un corteo in maschera giorno 31 dicembre per le vie della città, la manifestazione si sarebbe chiamata “infestazione”.

Montevergini Capitolo XXVIII La Pantera, Colpire l’elefante rosso

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C’era un motivo assolutamente valido per cui noi del Montevergini eravamo finiti nel mirino dei giovani del PCI. Oltre a cercare di impedire che i figiciotti esercitassero un’egemonia sul movimento, eravamo riusciti ad evitare che il telegramma di solidarietà, inviato agli studenti delle facoltà occupate dal segretario nazionale del PCI Achille Occhetto, venisse letto durante l’assemblea di ateneo del 18 dicembre. La presidenza di quella assemblea stava procedendo alla lettura del telegramma in questione, quando io l’avevo interrotta ed attraverso una mozione d’ordine ero intervenuto chiedendo che venisse messa ai voti la possibilità di leggere quel telegramma. Non ricordo come motivai la mia posizione, ma pensai, che impedire la lettura del telegramma del segretario nazionale del PCI significava rendere tangibile la totale autonomia del movimento e soprattutto mettere in difficoltà i giovani del PCI che invece di un successo quella mattina avrebbero scoperto di essere una minoranza. La mia mozione andò ai voti e passò, il telegramma di Occhetto fu affisso fuori dall’aula magna di Ingegneria a disposizione di chi voleva leggerlo. L’indomani l’ORA, il quotidiano di Palermo legato al PCI, titolava “Confusione e rabbia” stigmatizzando così la decisione di non leggere il telegramma del segretario del PCI Achille Occhetto e quello del segretario della Camera del Lavoro di Palermo Italo Tripi ed accusando il movimento di chiusura integralista verso le forze politiche. Intanto i Cobas, grazie a Rosa ed al suo intervento appassionato erano riusciti ad ottenere il consenso a partecipare con un loro striscione al corteo del 20 dicembre, sarebbero stata l’unica forza politico sindacale ufficialmente presente. Era un due a zero limpido per noi del Montevergini. I figiciotti erano allo sbando, con l’approssimarsi delle vacanze di natale avrebbero perso anche il sostegno dei fuori sede che in buona parte controllavano, alcuni di loro proposero di sospendere le occupazioni per il periodo natalizio. Intanto alla Facoltà di Lettere avevamo già inviato un appello agli studenti universitari italiani invitandoli a passare le festività natalizie nelle Facoltà occupate di Palermo. C’era parecchio fermento nell’università italiana, ormai eravamo fiduciosi che la miccia accesa il 5 dicembre alla Facoltà di Lettere a Palermo avrebbe ben presto provocato un’esplosione liberatoria. Da Genova, da Roma, da Firenze, da Padova e da Bologna, via fax arrivarono le prime risposte e di lì a pochi giorni cominciarono ad arrivare dal continente i primi studenti universitari, solidali con il movimento palermitano, venivano quasi tutti dai centri sociali, non era una cosa organizzata, semplicemente erano i più motivati, la paranoia dei figicciotti crebbe a dismisura.